Gian Paolo Barbieri

MOSTRA | Tahiti Tattoos

Gian Paolo Barbieri

Gian Paolo Barbieri nasce in via Mazzini, nel centro di Milano, da una famiglia di grossisti di tessuti, dove -proprio nel grande magazzino del padre- acquisisce le prime competenze utili per la fotografia di moda.

Muove subito i primi passi nell’ambito teatrale, diventando attore, operatore e costumista insieme al Il Trio, gruppo teatrale formato con due amici, nel rifacimento di alcune parti di famosi film, come La via del tabacco, La vita di Toulouse Lautrec e Viale del tramonto.

In seguito, gli viene affidata una piccola parte non parlata in Medea, di Luchino Visconti, con Sara Ferrati e Memo Benassi.

Il cinema noir americano costituisce una base importante per la sua creatività, mutuata da come le attrici risultassero tanto belle, illuminate da una luce particolare che le rendeva ancora più affascinanti. Innumerevoli gli esperimenti con lampadine infilate nei tubi della stufa della cantina, da autodidatta, non avendo frequentato nessuna scuola di fotografia.

Il cinema gli ha dato il senso del movimento e l’occasione di portare la moda italiana, nata su fondo bianco in pedana, in esterno, donandole un’anima diversa.

Con l’occasione di trasferirsi a Roma, e grazie alle prime fotografie scattate in puro clima Dolce vita, Gian Paolo Barbieri accetta l’offerta di lavorare a Parigi, in quanto identificato talentuoso nella fotografia di moda. Inizia così la sua carriera come assistente al fotografo di Harper’s Bazaar, Tom Kublin, per un periodo breve. ma intenso, in quanto Kublin è mancato prematuramente, soltanto venti giorni dopo.

Nel 1964, torna a Milano, aprendo il suo primo studio fotografico, dove comincia a lavorare nella moda, scattando semplici campionari e pubblicando servizi fotografici su Novità, la rivista che in seguito, nel 1966, diventerà Vogue Italia.

Da quel momento, inizia la sua collaborazione con Condé Nast, con pubblicazioni anche su edizioni internazionali, come Vogue America, Vogue Paris e Vogue Germania.

Personaggi di spicco della scena, come la giornalista Diana Vreeland, lo stilista Yves Saint Laurent e il fotografo Richard Avedon, fanno parte della sua storia, tanto importanti quanto le collaborazioni con le attrici e modelle più iconiche di tutti i tempi, da Audrey Hepburn a Veruschka e Jerry Hall.

Fondamentale tappa del suo percorso sono gli anni di Vogue Italia, insieme alla realizzazione delle più grandi campagne pubblicitarie per marchi internazionali, come Valentino, Gianni Versace, Gianfranco Ferré, Armani, Bulgari, Chanel, Yves Saint Laurent, Dolce & Gabbana, Vivienne Westwood e tanti altri, con i quali e per i quali ha interpretato le innovative creazioni degli anni Ottanta, in concomitanza con la conquista del Made in Italy e del prêt-à-porter italiano.

Gli anni Novanta portano Gian Paolo Barbieri a compiere viaggi alla scoperta delle culture senza limiti, uniti alla curiosità per paesi lontani e etnie incontaminate, per la natura e per gli oggetti più disparati, secondo le sue ispirazioni, dando vita poi, a avvincenti e coinvolgenti monografie fotografiche nelle quali luoghi e realtà lontane (nello Spazio e nel Tempo) vengono raccontati attraverso il suo impeccabile gusto.

Nonostante le fotografie siano in esterno, e spesso immediate o fugaci, risultano talmente “perfette” da sembrare scattate in studio, unite alla spontaneità della popolazione e dei luoghi con un’eleganza e uno stile che lo contraddistinguono sempre, riuscendo a intrecciare la spontaneità della fotografia etnografica al glamour della fotografia di moda.

Classificato nel 1968 dal settimanale tedesco Stern come uno dei quattordici migliori fotografi di moda al mondo, gli è poi stato assegnato il prestigioso e autorevole Lucie Award 2018 come Miglior Fotografo di Moda Internazionale.

Gian Paolo Barbieri continua tutt’oggi ad essere richiesto come fotografo e artista per campagne pubblicitarie e redazionali, oltre ad essere presente con le sue opere nei musei Victoria & Albert Museum e National Portrait Gallery, di Londra, nel Kunstforum, di Vienna, nel MAMM, di Mosca, e nel Musée du quai Branly, di Parigi.

Inaugurazione

1 dicembre ore 18:30

Periodo

dal 2 al 31 dicembre

Orari apertura mostra

10:30-13:00 / 17:00-20:00

Luogo

Palazzo Malvini Malvezzi, via muro 50 (piazza Duomo) - Matera

Gian Paolo Barbieri

Tahiti Tattoos

 È subito evidente che il tatuaggio polinesiano non ha alcun contenuto di segretezza, anzi ricopre ostentatamente un corpo poco vestito. È là per essere visto: è l’opposto di una marchiatura. Si può anche dire che abbiglia il corpo polinesiano al posto del vestito. È vero che l’abbigliamento occidentale non si limita alla funzione del vestire: oltre che proteggere dal freddo e dai contatti potenzialmente offensivi, i nostri vestiti sono anche segni di civetteria (o di negligenza), di ricchezza (o di povertà), di potere (o di non-potere), di ruolo, di grado… Sì, l’abbigliamento è linguaggio; ma è un linguaggio sovrapposto al corpo, e che resta in secondo piano rispetto alla funzione d’uso. […]

Un tempo, fantasticavo su una interpretazione della Bibbia, le prime righe, e voglio richiamarla a questo punto. Ho immaginato che Adamo ed Eva, prima del peccato originale, non fossero proprio nudi, ma coperti di segni, che erano parole di Dio.

Non lavoravano e non invecchiavano, perché la loro vocazione si compiva nell’irradiare la verità divina attraverso la loro pelle: come certi uccelli cantano spontaneamente la gloria del Creatore. Poi, avvenne la rottura: il peccato infranse il patto divino. Da quel momento, il mantello di parole che copriva Adamo ed Eva fu strappato via e loro si ritrovarono nudi e vergognosi di questa pelle bianca e insignificante. Fu assegnato loro un ruolo diverso: invece di proclamare taciti e immobili il Verbo divino, dovettero adattarsi alla fatica del lavoro: e così il loro corposi coprì di calli e di cicatrici.

È in questo senso che la Polinesia può essere chiamata il Paradiso ritrovato.

 

Michel Tournier

dell’Académie Goncourt

(dall’edizione Tahiti Tattoos; Taschen Verlag, 1998)