Massimo De Gennaro

MOSTRA | La danza degli ulivi

Massimo De Gennaro (Brindisi, 1956)

Architetto e pittore, Massimo De Gennaro, frequenta la Fotografia con indirizzo e orientamento verso l’espressione creativa: per quanto riguarda l’apparenza dei propri soggetti e, soprattutto, la loro interpretazione scandita con un linguaggio visivo individuale.

Il suo lavoro coniuga le proprie conoscenze pittoriche con tecniche fotografiche e digitali. In questo modo ha elaborato e realizzato numerosi progetti.

Con il portfolio I sogni del mare, si classifica Primo al Premio Le Logge 2002, al Toscana Foto Festival, di Massa Marittima, in provincia di Grosseto. La motivazione: «Per aver dato contenuto e forma a una visione contemporanea e ben strutturata, realizzando un’indagine omogenea e di ampio respiro visivo con una pregevole connotazione onirica».

Altri premi e riconoscimenti scandiscono gli anni seguenti, densi di mostre personali e collettive (in partecipazione).

Tra gli altri, sui suoi lavori, hanno scritto Luigi Erba, Franco Fontana, Michele Fuoco, Walter Guadagnini, Fausto Raschiatore, Maurizio Rebuzzini, Michele Smargiassi, Carlo Federico Teodoro.

Ha pubblicato due monografie d’autore: Blue (Logos; 2005) e La danza degli ulivi (Silvana Editoriale; 2015). Da questa seconda, la selezione presentata in mostra.

www.massimodegennaro.com

 

inaugurazione

6 ottobre ore 18:30

Periodo

dal 6 al 20 ottobre

Orari apertura mostra

10:30-12:30 / 17:30-20:00

Luogo

Galleria arti visive - via delle Beccherie 41- Matera

Massimo De Gennaro

La danza degli ulivi

Sentiamo il bisogno di catalogare le persone, di capire chi sono, come dobbiamo comportarci con loro, cosa dobbiamo dire la prossima volta che le incontriamo. Ci rende la vita un poco più facile… forse. Ma non facciamo loro domande, perché temiamo che se le facessimo, potremmo perderle. Lo stesso vale per i fotografi, dei quali dovremmo comprendere l’azione, senza peraltro sollecitare loro dichiarazioni esplicite e in motivazione: origine e proseguimento dei singoli cammini sono sempre espressi e dichiarati nei rispettivi progetti, nella successione delle immagini che si susseguono una alle altre con coerenza inarrestabile, quanto affascinante e coinvolgente. Se le guardiamo bene, le fotografie, potranno anche non rivelare adeguatamente il soggetto preso a pretesto; ma, sicuramente, palesano molto del proprio autore.

A Massimo De Gennaro non abbiamo chiesto nulla sui suoi Ulivi, e neppure ci siamo lasciati influenzare dalle colte parole che accompagnano la raccolta La danza degli ulivi, pubblicata da Silvana Editoriale, nell’estate 2015.

Non gli abbiamo chiesto nulla, perché il suo essere Uomo del Sud, della Puglia, è evidente sia nei suoi comportamenti, sia per quell’educato garbo (millenario) che contraddistingue ed eleva i Sud del Mondo, sia per il legame dovuto alla terra di origine.

Così, in successione coerente, dopo aver affrontato il mare che bagna la regione (Blue, in edizione Logos, del 2005), Massimo De Gennaro ha rivolto la propria attenzione fotografica a un altro elemento forte del paesaggio pugliese: l’Ulivo, una delle piante che compare più spesso nella mitologia e nella preistoria, una pianta che definisce il paesaggio rurale in Puglia. In particolare, l’Ulivo disegna e definisce il territorio della Murgia dei Trulli, andando a caratterizzare le aree dei comuni alla confluenza delle provincie di Bari, Brindisi e Taranto: Locorotondo, Ceglie Messapica, Martina Franca, Cisternino e Ostuni… soprattutto.

Accettiamo e accogliamo la realtà di questo paesaggio, a conseguenza del quale valutiamo e presentiamo l’azione fotografica compiuta dall’autore in duplice consapevolezza intima: il suo essere Uomo del Sud e fotografo che registra la realtà in toni propri e con un linguaggio visivo individuale. Nella propria forma apparente, queste fotografie si rivolgono a istanti di natura, nella propria fantastica bellezza. Una natura nella quale si svolge l’Esistenza. La differenza, se ce lo consentiamo, non è affatto piccola. Dotato di sentimento gentile e raffinato, formato in parti uguali di cultura e istinto, l’autore assolve una condizione basilare della Fotografia, quella di osservare, piuttosto che giudicare, per condividere e partecipare.

Fotografo cosciente e scrupoloso, Massimo De Gennaro applica un linguaggio che manifesta una straordinaria combinazione di regole logiche e usi arbitrari, che scandiscono un tempo e ritmo che accompagnano l’osservazione, invitandola ad allineare l’irrazionale con il razionale, e viceversa: dalla mente al cuore, ma anche dal cuore alla mente. Prima ancora di aver realizzato ognuna delle sue fotografie di Ulivi, averle pensate o sognate, anche per un solo istante, l’autore si propone in modo diverso e autonomo da tutti coloro che hanno guardato (non visto) le medesime situazioni. Per sempre.

Perché va detto. Nessuno di questi soggetti raffigura se stesso: ognuno rappresenta qualcosa d’altro e di diverso, sia preso da solo, sia inserito nella magistrale combinazione di tante immagini, una accanto all’altra, una dietro l’altra. Non sono natura, ma “fotografie di natura”: tra la realtà e la sua raffigurazione ci sta il cuore di un autore, che risponde a una propria cultura ed esperienza esistenziale, che mette cortesemente a disposizione.

È fondamentale rendersi conto che tanto la fotografia espressiva (detta anche creativa) quanto quella di documentazione non sono in rapporto diretto con quello che noi chiamiamo realtà. Grammatica-linguaggio: il fotografo, che percepisce determinati valori del soggetto, li definisce nella composizione e li duplica sulla stampa. Se lo desidera, può simulare l’apparenza in termini di valori di densità riflessa, oppure può restituirla ricorrendo ad altri termini, basati sull’impatto emotivo. Ancora, grammatica-linguaggio: a dispetto della loro apparenza, le fotografie di Massimo De Gennaro non appartengono alla categoria delle “fotografie realistiche”; quanto offrono di reale risiede solo nella precisione dell’immagine ottica; i loro valori sono invece decisamente “distaccati dalla realtà”. L’osservatore può accettarli come realistici, in quanto l’effetto visivo può essere plausibile, ma -se fosse possibile metterli direttamente a confronto con i soggetti reali- le differenze risulterebbero sorprendenti: tra la realtà e la sua raffigurazione, ci sta il passaggio fondamentale attraverso una mediazione d’autore etica e morale.

Se vogliamo vederla con un paradosso, che tale è soltanto in apparenza, potremmo anche ipotizzare una sorta di (benevola) bugia. Infatti, come tutti i fotografi, anche Massimo De Gennaro è un inguaribile bugiardo. Lo è perché e per quanto controlla, fino a dominarlo perfettamente, il proprio linguaggio. Come un bravo narratore mente per far comprendere il proprio racconto, anche il bravo fotografo mente per lo stesso, identico motivo: per far comprendere il proprio racconto.

Per cui, anche individuando i soggetti fotografati dall’autore, a pretesto del suo narrare per immagini, non si percepiranno le stesse emozioni che, invece!, trasmettono le sue immagini. In ripetizione, la realtà è una cosa, la sua rappresentazione un’altra. Ciò detto, è necessario rilevare e rivelare la prepotente personalità linguistica della fotografia, che è raffigurativa per necessità e rappresentativa per scelta e volontà: non necessariamente ciò che mostra è quello che vediamo, dobbiamo vedere, possiamo comprendere.

Dove sta la bugia di Massimo De Gennaro? Paradossalmente, nella sua sincerità di intenti ed esecuzione. Offre una sua lettura e interpretazione della Natura, affinché ciascuno di noi, alla presenza delle sue fotografie, possa esprimere pensieri propri autonomi, partire per viaggi individuali.

Ancora, dove sta, allora, la sua bugia? Nel raccontare con perizia e cognizione di causa, affinché nessun osservatore possa disperdersi in una confusa selva di tante sollecitazioni casuali, per imboccare con decisione il proprio cammino, che può coincidere con quello delle sue intenzioni d’autore, ma anche distaccarsene.

Mettiamola così: con la qualità dei contenuti delle sue fotografie, Massimo De Gennaro scandisce tempi del racconto e del coinvolgimento conseguente. Non si perde per strada, e permette anche a noi osservatori di percorrere la nostra linea retta. Visioni pacate, che impongono la riflessione, che inducono in tentazione. Da non credere, soprattutto ai nostri giorni: inducono alla tentazione di pensare… per sé, ma anche in condivisione con altri.

Soltanto, non si cerchi necessariamente la sintonia con l’autore: si è già espresso con le proprie immagini, e nulla altro ha da aggiungere. Quindi, ognuno parta da queste fotografie, da queste folgorazioni, da questi squarci nel buio per comporre i tratti del proprio percorso, che sarà avvincente per almeno due motivi: perché proprio, anzitutto, e perché sollecitato da una fotografia di profilo alto.

In ripetizione d’obbligo: la fotografia è magica e magia giusto per questo. Non necessariamente racconta dei propri soggetti, spesso invitati a richiamare altre intimità che non la loro apparenza a tutti manifesta. Ma rivela sempre qualcosa dell’autore, che coinvolge tutti nella propria visione.