Matteo Fantolini

MOSTRA | I Believe

Matteo Fantolini (1978 – 2016)

Nato a Livorno nel 1978, inizia la sua carriera di fotografo nei villaggi turistici in giro per il mondo, da animatore a responsabile del diving e poi la fotografia subacquea. Nel 2010 si diploma in fotografia presso lo IED Torino e inizia l’attività di fotografo di matrimoni e new born. La voglia di scoprire e raccontare il mondo non si placa, viaggia molto soprattutto alla ricerca dei riti religiosi dove la tradizione, l’esasperazione del credo e il sacrificio si fondono in una alchimia fatta di punizione/espiazione e sangue. Per quattro anni indaga, osserva e racconta. Malesia, India, Thailandia, Italia. Matteo lascia i suoi progetti fotografici incompiuti, il 16 dicembre del 2016 muore improvvisamente nella sua casa di Pinerolo.

 

 

inaugurazione

5 luglio ore 18:30

Periodo

dal 5 al 21 luglio

Orari apertura mostra

9:00-12:30 / 16:30-19:30

Luogo

Galleria Cine Sud, Via A. Passarelli, 29/31 - 75100 Matera

I Believe 

Ho conosciuto Matteo nel 2014 durante un Workshop di Fotogiornalismo tenuto a Torino insieme all’amico Francesco Cito. Ricordo ancora le prime parole che ci siamo scambiati, un avvertimento prima di mostrarci i suoi scatti: “attenti, le immagini sono piuttosto forti!”. Sul momento, pensando alla natura professionale dei due interlocutori (uno, Francesco Cito, tra i più importanti fotografi di guerra del nostro secolo; l’altro, il sottoscritto, che ha dedicato la carriera allo studio della morte e della malattia), ho pensato ad un’esagerazione. Eppure il lavoro di Matteo è sempre sembrato “troppo esplicito” per un pubblico generico. Nelle foto di Matteo non ci sono morti né guerre, non ci sono violazioni di diritti umani o condizioni di violenza o povertà estreme, nessuno dei temi caldi ormai sdoganati dal fotogiornalismo moderno. Nel lavoro di Matteo ci sono il sangue e la carne, ma manca completamente ogni forma di violenza. Paradossalmente, a penalizzarne la visibilità, è stata proprio la sua innocenza, l’assenza di una ragione sufficiente per sfidare il tabù del dolore: in un mondo come quello del giornalismo contemporaneo, dove i limiti dell’etica sono elastici e permeabili quanto l’andamento del mercato editoriale, il sangue può essere concepito solo come manifestazione di un torto o un’ingiustizia sociale, come un male necessario, una prova da presentare al tribunale dell’opinione pubblica per influenzarlo.

Susan Sontag, nel suo saggio “Davanti al dolore degli altri”, riflette sulla reazione dell’uomo davanti alle immagini che rappresentano la sofferenza altrui. Dalla tragedia greca, passando per la pittura, le immagini hanno rappresentato un veicolo privilegiato non solo per raccontare il dolore, o per descriverlo, ma per evocarlo, per risuonare nel corpo dell’osservatore come un’eco straziante. La Sontag, contro ogni facile moralismo, ritiene lo sguardo sulla sofferenza altrui non solo accettabile, ma necessario: “Disegnare un inferno non significa, ovviamente, dirci come liberare la gente da quell’inferno, come moderare le fiamme. E tuttavia, sembra di per sé utile ampliare le nostre conoscenze e prendere atto di quanta sofferenza causata dalla malvagità umana esiste nel mondo che condividiamo con gli altri”. Nonostante la profondità della riflessione, si resta sempre legati alla convinzione che il sangue e il dolore, essendo dei radicati taboo dell’Occidente, debbano essere sempre causati da un’ingiusta malvagità dell’essere umano, e possano essere mostrati solo sotto forma di denuncia socialmente utile.

Le immagini di Matteo sfuggono a questa riflessione: il sangue e il dolore sono in questo caso autoinflitti come forma rituale di purificazione, i ruoli di vittime e carnefici, coincidendo, sfumano completamente. E’ facile (e giusto, secondo la Sontag) provare disgusto e orrore davanti al dolore degli altri, quando è subito dalle vittime come una forma di violenza. A sconvolgere del lavoro di Matteo è esattamente questo: ad essere considerata oscena e a shockare lo sguardo non è una qualche forma di ingiustizia, ma è la professione di fede di qualcuno. “Davanti al dolore degli altri”, nel caso del lavoro di Matteo, coincide con “Davanti alla fede degli altri”.

Ora che Matteo non c’è più, le sue immagini ci parlano ancora con forza e, in barba alla morte, il dialogo che ha iniziato con noi – il suo pubblico – è ben lontano dall’esaurirsi. Gli scatti che Matteo ci ha lasciato non sono solo la prova visuale di un determinato rituale, collocato nello spazio e nel tempo, ma sono le basi di un discorso che il fotografo continua ad intessere con il proprio pubblico. Proprio questo è il grande potere della sua fotografia: costringerci a confrontarci con la diversità, senza limiti geografici o cronologici, a riflettere sulla fede nelle sue manifestazioni meno conosciute e più estreme. Matteo ci costringe a guardare il sangue, la carne straziata, e a chiederci con lui: “perché farsi una cosa del genere”. La risposta siamo costretti a ricercarla tra le nostre stesse esperienze e, avviando un esame di coscienza, chiederci cosa saremmo disposti a fare noi quando crediamo fermamente in qualcosa, quando riponiamo la fede nelle nostre più intime passioni o convinzioni. L’immaginario collettivo ha spesso ridotto le dinamiche religiose a una polarità rigida, da un lato le radicalizzazioni estremiste, dall’altro le fedi “deboli” delle religioni secolarizzate occidentali: immagine dopo immagine, Matteo ci racconta una storia diversa, fatta di credenze e tradizioni, vissute in modo intimo e personale dai devoti, in controtendenza rispetto alla norma degli stessi Paesi che le ospitano.

Ogni scatto ci mostra una visione della fede che non può certo essere definita di convenienza: la via della fede non ha come fine ultimo la liberazione dalla sofferenza, ma la sua accettazione. Il dolore va controllato e incanalato, è una risorsa da sfruttare, non qualcosa da evitare ad ogni costo.

Quello che le immagini finiscono sempre per tradire è il punto di vista del fotografo. Parlando con Matteo, diventava ancora più chiara la stima e l’intima comprensione che provava per ognuno dei soggetti ritratti, non importa in quale parte di mondo vivessero: la fatica, le insoddisfazioni e le critiche negative sono solo una parte del processo di crescita, sempre fedeli alle proprie passioni e ai propri sogni. Matteo si è guadagnato pienamente il diritto di parlarci del dolore perché, come lui stesso credeva, era un flagellante tra i flagellanti, impegnato in un percorso di sofferenza e fatica personale da cui, ne era certo, sarebbe arrivata la più grande delle soddisfazioni: la comprensione. Come molti fotografi della sua generazione, aveva capito che vivere delle proprie passioni era una strada in salita, faticosa, fatta di difficoltà, spese impreviste, straordinari, lunghi periodi lontano da casa e dai propri affetti. E senza nessuna garanzia di successo a sostenerci. Cosa ha spinto quindi un ragazzo talentuoso come Matteo a sfidare tante difficoltà? Proprio come nel caso dei flagellanti, è stata la fede: decisa e incrollabile, nelle proprie passioni e abilità.

Il lavoro che Matteo ci ha lasciato va inteso quindi come un percorso di ricerca personale basato sul confronto con le culture Altre, i cui destinatari ultimi siamo proprio noi. Il suo modo di lavorare sul campo, energico e appassionato, le lunghe interazioni e la profonda stima verso i suoi soggetti, sono state ricambiate dall’accoglienza accordatagli, riservata non ad un semplice professionista, ma ad un amico.

Le foto che vediamo raccontano la storia di una lunga intesa, il dialogo tra due forme di fede distanti, ma non incompatibili: da un lato i “battienti” con il proprio carico di dolore, dall’altro il fotografo sotto il sole cocente a condividerne la fatica, il sudore, e certamente la sofferenza. Cosa spinge qualcuno all’autoflagellazione, all’imposizione del dolore e della mortificazione della carne? Quali entrate o vantaggi immediati ne ricaverà? La risposta, ci ricorda Matteo, è la Fede: “I believe”.

Riccardo Bononi